8 agosto 2019

La quinta chemioterapia è andata inaspettatamente bene, nessuna reazione al taxolo!
Forse è incominciata quella che è nota come assuefazione al farmaco, che un po’ mi ha fatto venire in mente Mitridate (che si somministrava un po’ di veleno per volta, sviluppando assuefazione e quindi immunità ai veleni).
Ci potranno essere giorni peggiori, ma oggi, lasciatemi dire, è stato uno dei giorni migliori e me lo voglio gustare per intero.
La serenità d’animo mi ha concesso qualche riflessione basata su una certa evidenza dei ruoli di medici, infermieri e pazienti su cui non sempre capita di soffermarsi nel modo giusto.
Mi ritengo fortunata perché sul mio cammino ho incontrato ottimi medici. Certamente alcuni più empatici di altri, ma non posso dire che in generale non sappiano di cosa si occupano. Ho capito che alcuni frappongono dei filtri, a volte per sopravvivenza a quella che per loro è una abitudine, un ruolo di utile distacco che gli consenta anche di esercitare bene la professione di medico, altri per temperamento. Con un paio di oncologhe che mi seguono, una di Busto Arsizio e l’altra dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano, ho trovato, però, il giusto feeling. Ho incontrato molta umanità,  una buona capacità di confronto e una bella vicinanza emotiva.
Ma il cuore pulsante degli ospedali sono gli infermieri e ritengo che anche questo vada detto. Personalmente tutte le infermiere che finora si sono occupate di me (e non solo) sono state gentilissime, simpatiche, dedite pienamente al loro servizio, meticolose e competenti. Mi hanno aiutato in ogni modo possibile per rendere quelle lunghe ore di agonia meno lunghe e meno sofferenti. Simona, Gloria, Cinzia, Isa, Tina, Laura, Enza sono donne eccezionali, ogni volta mi accolgono in modo gioioso: Cinzia ieri durante la mia visita mi ha detto che sono la sua preferita e la più bella. fra le pazienti (beh c’è da dire che sono anche una delle più giovani). Cosa non si dice per rendere felici i pazienti?! 🙂 La mia dottoressa ha confermato che siamo in due ad essere le più belle del reparto e sostiene che indossiamo dei turbanti molto belli che mostrano i nostri bei volti. Sono complimenti che, tutto sommato, rendono la nostra condizione meno opprimente. I pazienti di oncologia si sentono sempre brutti ed anche se si tratta di un abbruttimento temporaneo, che chiaramente sulla scala dei problemi connessi alla malattia non è certamente il più importante, vi assicuro che anche questo aspetto ha il suo ruolo nell’ambito del processo di guarigione.
E comunque ritengo che la gentilezza dovrebbe essere un esercizio quotidiano per tutti.
Questa mattina per una oretta nella mia stanza c’era una coppia di anziani molto gentile. Lui, novantenne in buona forma fisica, ad un certo punto dice, rivolgendosi a me ed a mio marito “Siete proprio una bella coppia”. Dopo ci chiede da quanto ci siamo sposati. Io rispondo ironicamente che sono solo quasi due anni. E sorridiamo tutti e quattro.
Andrea, da quando mi hanno sistemata in una stanza, può entrare; siede accanto a me. Io sonnecchio per via dei farmaci (finalmente l’antistaminico mi fa addormentare e non più viceversa ), poi mi sveglio, leggo e legge anche lui. Mi passa il pranzo, mi sistema il letto, i cuscini e la seduta per la schiena e ogni tanto ci prendiamo per mano.
Di tanto in tanto passano le infermiere per chiedere come mi sento. Laura mi dice ironicamente “Ehi non fare scherzi” , riferendosi alla mia reazione allergica che oggi è andata in ferie. Evviva! A fine terapia mi dice “Sei stata favolosa”. Sorrido.
Oggi riflettevo anche sul ruolo del paziente; etimologicamente si dice paziente in primis perché deve avere tanta, ma proprio tanta pazienza nell’affrontare la verità della condizione, le cure, il dolore, la sofferenza, il tempo che a volte appare nemico. Non è semplice.
Oggi durante la terapia mi hanno fatto compagnia altre due pazienti che si sono alternate. L’ultima ha avuto la mia stessa reazione allergica al taxolo. E’ una signora sui 65, suppongo. Mi racconta che a tre anni dalla sua quadrantectomia al seno ha avuto una recidiva, alla pleura stavolta, scoperta in tempo grazie ai controlli periodici. Il mio occhio vitreo declina il mio atterrimento. Lei mi rassicura, dicendomi che il suo caso è una rarità. Le sorrido. Provo dispiacere per lei che ancora deva trovarsi ad attraversare queste terribili traversie e prego per me.
Sono le 14.40 ed ho finito la mia terapia. Oggi vado via meno stanca e più serena.
Siccome questa serenità non era abbastanza, in auto la radio trasmetteva At last nella versione cantata da Etta James, una canzone che amo particolarmente. E così sono stata anche contenta. L’ho ascoltata ad occhi chiusi, immaginandoci in un delicato lento.
Oltre l’arcobaleno ci sono le giornate tranquille, quelle inaspettate che rendono il riposo più semplice.
E questo mi rende grata ancora una volta. Perché in questo percorso non c’è nulla di scontato.