15.06.2019

Gaia dorme e fuori piove. Una incessante pioggerella che picchia sui tetti e mi inebria del suo profumo. Mi è sempre piaciuta la pioggia estiva, ha un odore così gradevole, si insinua nelle narici, veste le strade ed abbraccia la terra al punto da conferirle un nuovo aspetto. E si tramuta in rugiada al mattino. Anche la pioggia,prima o poi e come tutte le cose, cessa.
E questo ci riporta al tema di cui voglio parlarvi adesso.
La malattia ha con sé anche il principio del suo cessare e ciò si compie grazie alle terapie. Le terapie sono potenti, devastanti e debilitanti ma fortunatamente anche temporanee.
Quando mi è stato detto della malattia, mi è stato annunciato in modo preciso e puntuale anche il mio piano terapeutico con una sconvolgente e rassicurante prontezza, il che mi ha subito fatto pensare ad un qualcosa di ben collaudato ed evidentemente anche di successo.
Dottoressa «Grazia, stia tranquilla, il suo caso rientra nelle statistiche che vedono il 98% del successo (avreste dovuto vedere la mia faccia che non faceva che pensare giusto a quel 2% di super sfigate) quindi, procederemo con chemioterapia neoadiuvante ed intervento». Li adoro i medici quando ti parlano con termini che tu puoi comprendere come se stessi facendo una equazione algebrica di secondo grado. Che poi sono gli stessi che con quella loro efficace sicurezza, ti attraggono nel loro ottimismo a volte pure un po’ cinico, portandoti ad avere la massima fiducia nelle loro parole. Fortunatamente la paura suscita anche un senso di incondizionata fiducia verso degli estranei con una laurea in medicina e qualche decennio di esperienza. Fortunatamente.
Io «Come mai non si procede prima con intervento chirurgico e poi con terapia?»
Dottoressa  “«Per dare maggiori margini operatori al chirurgo e ridurre la massa tumorale».
Vi riporto l’estratto di un interessante dialogo surreale della mia mente ‘Mumble. Mumble…. Vediamo, lasciatemi riflettere un secondo […] Ok, in pratica, a voler trovare una traduzione per i comuni mortali, mi si stava dicendo che siccome il mio cancro non ha propriamente le sembianze di una lenticchia , è preferibile intervenire prima con una terapia farmacologica per ingabbiare, stordire  stanare, stordire, annientare l’intruso (come giustappunto amo definirlo io!) e poi andare di bisturi. Questa è definita terapia neoadiuvante.’
Ancora oggi io non conosco a fondo il senso di quelle parole, ma ci ho creduto ed ancora ci credo. Se vuoi guarire, devi fidarti senza limiti ed affidarti a chi ne sa più di te. E devi farlo con forza e convinzione.
Appurato ciò, poi è accaduto quello che capita spesso in simili situazioni, ossia che il tuo caso sia, come  minimo, diverso da quello di altri. Non vuoi che le persone a te vicine non abbiamo sentito dire di casi simili al tuo ma naturalmente diversi? Non vuoi che un loro parente di 7° grado, che so un trisavolo di Tutankhamon, l’amica del tuo amico che non vedi da 10 anni, una zia bi-centenaria morta (non di tumore, per carità, lei è guarita) e sepolta, che, invece, OVVIAMENTE, ha vissuto le due fasi in modo opposto al tuo? Non vuoi che fra amici e parenti vi sia un qualche tuttologo  che venga a dirti «No perché sai tutti quelli che conosco hanno fatto prima l’intervento e poi la chemio!»

Eccalà, colpita e affondata! Mai uguale agli altri io, io e l’eccezione che camminiamo a braccetto!

Quasi un velato warning nei confronti dei tuoi medici. Cioè siamo sicuri che siano capaci? Siamo sicuri che stiano facendo la cosa giusta per te? Siamo certi che ti stai curando nel posto giusto?

Come se vivessi nel Burundi (e non a Milano) e mi fossi fatta visitare da un immaginario (ed alquanto figo) Derek Shepherd.

Come se non fossi già abbastanza atterrita e disorientata!

Sarcasmo a parte, ciò che intendo dire è che dei medici dobbiamo senz’altro fidarci e allorché vi siano dei dubbi in noi dobbiamo esternarli sempre a persone competenti senza valutare i casi altrui ( o il nostro) quale dogma, perché la malattia ha un solo nome ma non ha sempre i medesimi sintomi, effetti e risoluzioni. Per cui per prima cosa occorre non fare paragoni: ogni caso è a sé.
Assodato che il mio percorso di guarigione sarebbe iniziato con la chemioterapia, la domanda in cima alla lista delle “top five” è stata «E ti faranno la rossa, la gialla o la bianca?!»

Ho già detto che ero disorientata?!

Ecco, la mia faccia in questi casi, ha assunto toni più interrogativi della domanda.
Rossa-gialla- bianca: per quanto ne so, questi tre colori insieme avrebbero potuto essere quelli della bandiera del Mississipi o di un esotico cocktail cubano.
Detta proprio in soldoni, le tipologie di chemioterapia vengono declinate per il colore dei farmaci più o meno potenti che le caratterizzano, per i loro effetti (prevenibili, temporanei e reversibili) ed il grado di “pesantezza”. E, sebbene differenti, fanno tutte paura in egual misura.

Penso che sia la parola “chemioterapia” a condizionarci, a spaventarci, ad insinuare il pregiudizio, perché tutte le volte in cui ne abbiamo sentito parlare è stato in occasione del cancro. E il cancro non piace e terrorizza e così di riflesso anche la parola chemioterapia.
E’ indice di sofferenza in arrivo, in itinere o finita.
Che sia un inizio o una fine, in ogni caso questa parola non ci piace.

Ad essa io ad esempio riesco, oggi come oggi, ad associare solo il dolore che sento quando sto male o quando me la somministrano. Il ricordo del dolore mi fa male. Il dolore per fortuna poi cessa e il ricordo diventerà, mano a mano, spero più viscoso e così scivolerà via e perderà di consistenza.
La parola in sé però non è che voglia dire qualcosa di osceno. Si tratta di due parole che ne compongono una e che scomposte non hanno un senso così nefasto.
Io ho fatto un piccolo esercizio esegetico e terapeutico: “chemio” deriva dall’inglese “chemical”= chimico e “terapia” deriva dal greco “therapeia”= terapia. Dunque terapia chimica, cioè con farmaci.

Chi di noi non ha mai preso un farmaco, un antiinfiammatorio, un antibiotico per una infezione, una influenza?!
Insomma, ci siamo capiti.
Compreso il senso della parola, ho trovato il tutto meno pregiudizievole.
Vi lascio, dunque, con questa nuova chiave di lettura per significare soprattutto a chi si sta curando da un cancro o più in generale da malattie che incutono paura, di stare sempre e comunque nelle cose, di scavare ed andare a fondo di esse, cercando la verità solo in una conoscenza certa, provando a capire anche nel modo più banale possibile ciò di cui si sta parlando, tentando di affrontarlo con intelligenza ed un minimo di lucidità, poiché questo è il primo passo verso la guarigione.
Oltre l’arcobaleno c’è la comprensione delle parole che ci aiuta ad affrontare meglio le circostanze e quindi a predisporci verso esse in modo più costruttivo per noi stessi.