13.06.2019

Mentre mia figlia dorme ed un’altra giornata scivola via fra la brezza di questa notte tiepida, vi racconto delle prime sensazioni connesse alla conoscenza della malattia.
Quando ti dicono che hai il cancro, le reazioni che potresti avere sono fra le più varie (rabbia, odio, sconforto, angoscia, tristezza….), tutte hanno quale comune denominatore il terrore. E’ questo terrore per notti intere non ti lascia stare.
Così è stato per me, all’inizio più che altro.
La paura che d’improvviso la tua vita sia diventata una specie di yogurt con una imminente data di scadenza e che ti stia scappando via senza che possa dire o fare nulla è una delle più avvilenti sensazioni che abbia mai provato.
Sappiamo di avere una data di separazione dalla vita terrena, ma ci aspettiamo che essa sia il più lontana possibile; così quando ti dicono che hai un tumore, la tua percezione delle cose, del mondo e persino di te stesso cambiano enormemente. In un modo che per quanto tenti di spiegare, temo sia molto difficile da comprendere.
Sappiamo che diventeremo cibo per i vermi – perdonate la brutalità –  ma la consapevolezza, suffragata da scartoffie che mettono nero su bianco una terribile diagnosi, che la clessidra capovolta abbia incominciato il suo inesorabile countdown è devastante.
È quel vago profumo di morte ad ottenebrare la mente, a farla vacillare, quel non sapere- sapere dove ti condurrà tutta la sofferenza,causata anche dalle cure.
Naturalmente avere un cancro non necessariamente vuol dire che si stia per morire o che si morirà ma è chiaro che l’angoscia del momento appiattisce la lucidità, azzera la razionalità, irretisce anche gli animi più impavidi. Solo per un po’, però, ossia per il tempo necessario ed utile per iniziare a pensare ad un piano di difesa e quindi, di attacco. Si dice che ‘la miglior difesa è l’attacco’, appunto, il cancro va attaccato, con una lotta feroce che non deve lasciargli alcun margine. Gli strumenti a disposizione, fortunatamente, nel mio caso esistono.
Ciononostante io all’inizio ho pianto. Si piange molto, è umano. Il pianto ti toglie anche il sonno e la fame ed il pensiero non è distratto da nulla che non sia il peggio possibile ed immaginabile.
Davanti a te il vuoto, il buio, un corpo che incominci a non riconoscere più e la malattia con cui devi imparare a gestire una scomoda convivenza.
Si inizia ad avere una percezione del male quasi totalizzante.
Metaforicamente ho iniziato a definire il mio corpo come una casa al buio, nella quale si ha la sensazione che ogni minimo presunto, a volte persino immaginario, cigolìo di porte e finestre, sia come una nuova potenziale evoluzione della malattia. Ed è così perché inizia ad insinuarsi silente la psicosi delle metastasi che ti fa fare-non fare anche cose un po’ ridicole: a volte avevo prurito ad una spalla ed evitavo di grattarmi.
Tranquilli, ché poi passa.

E comunque, piangere serve. Il pianto veicola emozioni che se restassero assopite dentro di noi sedimenterebbero, scatenando sotterranee reazioni a catena.

Mi ricordo al proposito di un colloquio con la mia psicologa (durante la terapia è consigliabile farsi seguire da uno psicologo; ed è una opzione che io ho scelto).

Era la mia prima seduta e, dopo aver analizzato la mia situazione, le chiesi (provo tenerezza verso me stessa nel raccontare questo frangente):

IO-  “Dottoressa, io sto ‘elaborando il lutto’ e  cercando di raccogliere tutte le mie forze. Se piango non è per arrendevolezza, ma si può piangere?” 

LEI – ” Certo che si può! Lei deve piangere. Non è debolezza o resa. Non c’è niente di male.”

Fu una conversazione dai toni cupi, e vi sembrerà alquanto strano quello che sto per dirvi, ma io ne uscì più serena, in parte sollevata di sapere che avrei potuto attingere a tutte le mie risorse, anche alle lacrime quindi. Stavo iniziando ad affilare le armi a mia disposizione.

È importante riconoscere di avere delle armi molto potenti per vincere e credere nella propria guarigione. Per questo fortunatamente ci sono i medici, dei quali occorre fidarsi ed ai quali affidarsi. Non è un atto di fede, ma di fiducia verso chi ha studiato soluzioni sperimentate, collaudate e di successo. I medici sostengono, e fanno leva su un principio basilare di ogni terapia, che nel percorso di guarigione appunto l’80% (come abbiano potuto misurare in percentuale ciò io francamente lo ignoro, ma tant’è) lo fa la predisposizione d’animo e di testa con cui affrontiamo il tutto.
La testa, la nostra testa, quindi va preparata, programmata per visualizzare la nostra guarigione e per affrontare il tutto nel miglior modo possibile, pensando al dolore come ad una fase di transizione e perciò temporanea.
Oltrelarcobaleno c’è, come sempre in tutte le cose, la giusta predisposizione d’animo perché la nostra guarigione non è una scommessa, ma una promessa che facciamo a noi stessi.