Immagine presa da internet.

19.07.2019

C’è una prima volta per ogni cosa, ad esempio il primo appuntamento con la tua terapia.
Hai trascorso giorni e giorni ad attenderlo con tanta ansia e finalmente è arrivato il giorno della tuo primo ciclo di chemioterapia.
Riavvolgendo il nastro in modalità rewind, la sensazione di quei giorni di attesa è stata una delle attese più terribili della mia vita, anzi no, proprio la più terribile della mia vita finora. Ricordo che la mia amica Isabella mi abbia espressamente chiesto ‘come si vivono i giorni di attesa prima dell’avvio della chemio (come in gergo la chiamiamo noi “habitué”)?’ e di averle risposto che si vive malissimo quell’arco temporale intercorrente fra la diagnosi del male, la proposizione della terapia e l’inizio delle cure. Se non erro la mia risposta è stata un tantino più diretta, devo aver detto proprio questo «Questi momenti si vivono di merda, sono proprio angoscianti!». 
Si vive temendo la progressione della malattia. Eh sì, perché dopo l’esito della pet, il cui acronimo di per sé insidia uno stato ansiogeno a prescindere (tomografia ad emissione di positroni), nel quale ti hanno diagnosticato la localizzazione del tuo male, parte l’aspettativa della data di “inizio lavori” nel timore che la malattia possa evolvere, impossessandosi di tutto il tuo corpo. Così desideri fortemente iniziare a curarti pur sapendo in cuor tuo che ciò comporterà tanta sofferenza.
Avete presente quella sensazione di quando tu sai di aver bisogno di qualcosa che ti fa bene ma che prima di farti bene ti farà male? “La via della guarigione passa per il dolore “ – continuavo a ripetere a me stessa (forse per incominciare ad accelerare il processo di accettazione della condizione “invalidante”). E mi veniva in mente la iniezione di penicillina che da piccina tanto odiavo
Desideravo una data ed una data ho avuto: 18 aprile 2019.
La prima volta che ho camminato fra i corridoi del reparto di oncologia un senso di generale torpore misto a smarrimento mi ha pervasa, domande del tipo “Come starò dopo la terapia? Potrò tornare a casa con le mie gambe? Sarò sempre la stessa?” mi assalivano. [E’ vero, i medici prima ti informano di tutta una serie di effetti collaterali successivi alla terapia tuttavia, per quanto immaginati, prima della somministrazione del farmaco non puoi sapere come reagirà il tuo fisico/corpo e neppure la tua mente.]
La prima volta è stata di mattina alle 9 con il tipico clima ospedaliero: traffico di ogni genere, gente in attesa di assistenza, un via vai di infermieri, telefoni trillanti ( pensate a Grey’s anatomy e dimenticatevelo); e tu lì in piedi impalata ad aspettare non sai chi di preciso e d’improvviso un volto sereno – della serie “vengo in pace” – che ti parla. Un gentile signore di mezza età con un camice bianco con su scritto Lilt con una cartella ed una penna in mano ti chiede chi sei.
Appena identificata, mi incoraggia ad oltrepassare assieme a lui le porte che separano la sala di attesa, dove sarebbe rimasto mio marito per più di 2 ore ad aspettarmi, e la zona di degenza. Saluto mio marito e procedo con passo cauto ma incerto. «Stanza B – mi dicono – deve andare lì».
In una stanza ci sono quattro comode poltrone con ai lati tutto l’occorrente: mi stanno aspettando. Entro, ci sono altre 3 persone sedute e pronte alla terapia , c’è anche un tv moderno, ci sono delle caramelle, un computer, finestre da cui filtrano i raggi del sole; con voce flebile saluto tutti, una infermiera gentile, avvicinandosi, mi indica la mia poltrona, mi invita a posare gli effetti personali e dopo avermi spiegato come funziona il tutto, cerca la mia bella vena e si incomincia.
E’ in questa stanza che inizia la mia guarigione. Ho paura e forse allo stesso tempo non ne ho più; sento la medicina attraversare tutto il mio corpo, provo ad immaginare la sua invasione. Chiudo gli occhi per virare verso pensieri diversi, non ci riesco, sono ancora nervosa e disorientata, così prendo il mio e.book e lo apro per leggere, poi lo chiudo. Non riesco a far nulla. I pensieri sono sempre gli stessi e stagnano.
Ci sono due donne, una particolarmente simpatica, è alla fine del suo percorso di guarigione, è guarita e ci tiene a raccontarmi la sua storia e mi dice che anche io, come lei, vincerò la mia battaglia; l’altra tace e sonnecchia in attesa della fine, e poi c’è un signore di mezza età, anche lui simpatico, scherza con le infermiere e loro con lui.
Il clima è sereno e rilassante, oserei dire persino piacevole se non si trattasse che mi stanno curando un cancro. In effetti è il clima giusto, cioè è così che dovrebbe essere sempre in ospedale.
A poco a poco inizio a rilassarmi e chiacchiero anche io, più che altro ascolto storie e rispondo alle domande che mi vengono poste sulla mia storia. Le due ore sono trascorse ed io sono pronta per tornare da mio marito che appena mi vede mi saluta con un bacio e mi chiede come sto.
«Sono ancora io» – gli rispondo [solo che adesso sono una vera guerriera, penso dentro di me]. Gli sorrido e ci avviamo mano nella mano verso l’uscita.
La battaglia è appena iniziata e mi sento una leonessa, sarà una lotta senza scampo. Ed io non gli darò tregua.
Oltre l’arcobaleno c’è una prima volta che fa tanta paura ma che si può e si deve affrontare perché solo così si può vincere.
Le paure mi hanno fatto compagnia ogni giorno dal giorno della diagnosi, c’è voluto tempo per iniziare a capirle senza temerle. Io le ho affrontate ed ancora lo faccio. E sono stata decisamente meglio! L’importante è incominciare.